L’era dei “private equity”

I cantieri importanti che producono imbarcazioni a vela in Europa sono più di trenta. Un mercato piuttosto florido, quello del vecchio continente, in cui sembrano competere know how, filosofie e strategie diverse. Ma non è esattamente così. È noto infatti che diverse società, per strategia commer ciale o per insolvenze che ne avevano pregiudicato lo stato di salute si sono aggregate, spesso sotto il controllo di società fi nanziarie con fondi cosiddetti di private equity.
È il caso per esempio di Bava ria, proprietario anche dei cata marani Nautitech. Il cantiere te desco è passato nel 2007 dalle mani del suo fondatore Winfried Herrmann a quelle della società di investimenti Bain Capital. Nel 2009, è stato quindi ceduto ulte riormente a Anchorage Advisors e Oaktree Capital Management.
Nel gruppo che fa capo al noto marchio tedesco di imbarcazio ni a vela, rientravano fino a qualche anno fa anche la france se Dufour e l’italiana Del Pardo. Il cantiere di La Rochelle è pas sato poi nel 2014 ad azionisti privati con in testa il napoletano Salvatore Serio; la Del Pardo nello stesso anno è tornata in Italia con la Trevi-Group (impe gnata nell’ edilizia industriale e civile, nel campo dell’ energia, in restauri, lavori marittimi e al tro ancora), di proprietà della fa miglia Trevisani, che possiede anche il marchio Sly Yachts.
Italiana è anche la proprietà del cantiere Nautor di Leonardo Fer ragamo, imprenditore fiorentino a capo della Palazzo Feroni Finan ziaria e della Lungarno Hotels.
Sempre in Germania c’è la Han se, che raduna sotto il suo cappel lo un nutrito numero di cantieri. Tra questi i connazionali Dehler e Varianta, gli inglesi Moody e i produttori di imbarcazioni a mo tore quali Fjord e Sealine. Dal 2011 la società è stata ceduta alla Aurelius AG che investe nell’in dustria, in telecomunicazioni, media, nuove tecnologie e beni di consumo di vario genere.
Anche la danese X-Yachts de ve in parte la sua presenza sul mercato a una società di investi menti: il 51 per cento delle sue azioni nel 2012 è stato ceduto alla Consolidated Holdings.
Decisamente più ampia la fet ta di capitale di proprietà delle private equity dalla slovena Elan: 63,3 per cento alla Pdp, 8,6 per cento alla Kapitalska druzba e 25 per cento alla Tri glav naložbe.
Anche Oyster Yachts è passato a una finanziara, dal 2012 il can tiere inglese risulta infatti di proprietà della Htp Investments.
Non è un gruppo finanziario, ma una società impegnata nella siderurgia, quella che nel 2011 ha acquisito le quote del cantiere francese Wauquiez: la Experton Revollier Group. Il piede messo nel settore nautico rientra nell’ ottica di una diversificazione degli investimenti, che deve aver dato i suoi frutti visto che lo scor so marzo Wauquiez ha acquisito anche il marchio Latitude 46.
Appare invece di natura coope rativa l’unione di cantieri france si Alumarina, Alures, Outremer e Garcia specializzati nella produ zione di imbarcazioni di allumi nio e che oggi operano sotto il no me di Grand Large Yachting.
Passiamo quindi alla Bénéteau, il più grande produttore al mondo di imbarcazioni a vela, le cui quo te restano a maggioranza dell’omonima famiglia francese. Sotto la sua sigla sono raccolti i cantie ri Jeanneau, Lagoon, Cnb e i sempre più prolifici costruttori di barche a motore tra cui Ostrada, Monte Carlo Yacht, Prestige Ya chs, Four Winns, Glastron, Well craft e Scarabjet.
Essenzialmente privato risulta anche l’azionariato della polacca Delphia Yacht che ha acquisito di recente la svedese Maxi Yachts.
Un quadro parziale, quello qui descritto, comunque indicativo di una tendenza di dubbia rever sibilità, dove le competenze e le conoscenze di molti sono raccol te nelle mani di pochi a scapito di quella che dovrebbe essere la normale concorrenza in un mer cato che voglia dirsi sano.
I non certo numerosi cantieri velici attivi in Italia, sembrano in vece fare ancora della singolarità del prodotto e del marchio un va lore. Un limite dettato da un ruo lo di competitor marginale a li vello europeo? Probabile. Ma, vogliamo credere, anche un’op portunità concreta per il rilancio e l’affermazione del made in Italy.

(articolo tratto dalla rivista Bolina, numero 330, maggio 2015)

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