Lo yacht, l’emiro e la vmg

L’Ucina, l’ unione delle industrie nautiche italiane, ha stilato i bilanci del 2014. È conclamato che l’ attesa crescita del 5,2 per cento che era stata sbandierata nel 2013 si è in realtà fermata a un magro +1 per cento. Un dato certo non entusiasmante, anche se pone un freno a una curva dal 2008 al 2013 era stata discendente (con una perdita complessiva del 59 per cento).

Tra le cause dell’errata previsione vi sarebbe il mancato incremento del Pil previsto dal docu mento di programmazione economica del 2013, ma anche un calo delle esportazioni in Russia e in Cina. La prima colpita dalla crisi seguita all’invasione dell’Ucraina, la seconda che, pur vantando finanze più solide e 11.000 cittadini ultraricchi, non ha ancora maturato la cultura nautica necessaria a diventare un riferimento affidabile nelle esportazioni di yacht di lusso. Secondo una analisi diffusa di recente dalla rivista statunitense Fortune, ci vorranno decine di anni perché ciò accada.
Ma gli analisti si ostinano a non ammettere che lo studio dell’an damento di un intero settore economico non può essere considerato “in positivo” se il metro di
misura è il giro di affari di due o tre cantieri capaci di vendere un megayacht all’emiro di turno.

Fa riflettere a tal proposito la recente analisi del Global Order Book, studio edito dalla rivista statunitense ShowBoats International, secondo cui nel 2014 l’I talia è risultata il primo paese al mondo nella produzione di yacht di lusso con 269 unità varate. Seguono l’Olanda con 76 imbarcazioni e la Turchia con 68. Quindi Inghilterra, Stati Uniti, Taiwan, Germania, Cina, Stati Arabi e Grecia. In testa alla classifica (stilata in base al totale in metri lineari delle unità prodotte) ci sono Azimut-Benetti, Sanlorenzo yacht e il gruppo Ferretti. L’Italia è dunque prima grazie ai suoi 10.500 metri di barche. Eppure, in termini di salute economica siamo con ogni probabilità l’ulti mo tra i paesi citati, dopo Grecia e la Turchia (che per altro posso no vantare un’ attenzione alla nautica da diporto che ha poco da invidiare alla nostra).
La nuova previsione di Ucina per il 2015, sempre se sarà con fermato l’incremento del Pil del l’attuale documento di program mazione economica, dovrebbe segnare una crescita assestata tra il 2,1 e il 3,5 per cento. Il riflesso di quel che starebbe già accaden do negli Usa dove si respira aria di grande ottimismo.

In rapporto a un anno fa il volume di affari del settore oltreoceano sarebbe infatti già aumentato del 13 per cento. E sono diversi i cantieri europei che hanno stanziato investimenti per esportare più a Occidente i loro prodotti. Un esempio tra tutti quello di Bé neteau (del cui gruppo fanno parte anche Jeanneau, Prestige, Lagoon e Monte Carlo) che si è insediata sul suolo statunitense stringendo accordi con la locale finanziaria Shore Premier Finance e grazie a questo prospetta per il 2015 un incremento delle vendite pari al 15 per cento.
Ma qui più che una fantomatica ricetta made in Usa, sembrano fruttuose le strategie di chi ha scommesso nella diversificazione, nella distribuzione e nel cambio euro-dollaro che si presenta oggi più favorevole.
È evidente dunque che la formula per una ripresa solida e duratura della nautica italiana non può essere appannaggio dell’intraprendenza dei singoli gruppi. Non possono essere le “eccezioni” a salvare un comparto, né è possibile guardare al diporto nau tico come a un semplice ramo dell’industria da alimentare con iniezioni di liquidità (per altro a tasso variabile).

Bisogna incentivare la produzione certo, ma anche, e qui ci ripetiamo, favorire sinergie con l’ industria del turismo, dello spettacolo, quella culturale e quella enogastronomica. Ma so prattutto è necessario scommettere sul mercato interno, fornendo al diportista (consumatore e non privilegiato), servizi e infrastrutture adeguati a tariffe popolari. Altro che austerity e burocrazia kafkiana.
Non lasciamoci abbindolare dai capricci di uno sceicco o dal miraggio dell’ Eldorado. Bisogna cambiare radicalmente rotta, calcolando una nuova Vmg o le miglia da percorrere saranno ancora tutte contro vento

(articolo tratto dalla rivista Bolina, numero 328, marzo 2015)
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