Navigatori, né martiri, né eroi

«Caro Matteo, ti ho seguito costantemente in questa tua bellissima impresa, sei stato grande. Grande a pensarla, grande a farla (…) ora l’importante è non mollare, non ascoltare quelli che straparlano e stanno sempre a casa (…) la prossima andrà ancora meglio». Così Giovanni Soldini scriveva lo scorso aprile a Matteo Miceli dopo che Eco 40, il Class 40 del navigatore romano, concludeva l’impresa del giro del mondo in solitario e senza scalo con un naufragio in pieno oceano Atlantico. La causa, è ormai cosa nota: il distacco della chiglia.
Anche alla nostra redazione sono piovuti commenti di vario tenore circa l’esito un po’ amaro di questa vicenda, che fortunatamente non ha avuto risvolti drammatici: in pochissime ore Miceli è stato tratto in salvo da un cargo e la barca, seppure un po’ malmessa, è stata recuperata qualche tempo dopo. Poteva andare meglio, poteva andare peggio.
Ma non è questo il punto. La nostra attenzione è stata richiamata dalle parole di Soldini che nell’intento di consolare Miceli, ha tracciato una forte linea di demarcazione tra chi compie imprese per professione e la gran parte dei di-portisti che naviga solo nel tempo libero. E come dargli torto?

È innegabile infatti che “straparlare” sia una delle peculiarità dell’italiano medio, attitudine sovente alimentata dagli organi di stampa che fanno della spettacolarizzazione, dell’ allarmismo e della critica selvaggia i loro cavalli di battaglia.
Così come gli appassionati di calcio, di motociclismo, di boxe discutono animatamente al bar sotto casa, gli amanti della vela d’altura lo fanno in quello di fronte alla banchina. Ma il risultato non cambia. Al termine di qualsiasi gara, match o regata sono in tanti ad arrogarsi il diritto, o addirittura il dovere, di dire con supponenza professorale cosa si sarebbe dovuto fare per ribaltare un risultato, per prevenire un incidente, o per conseguire un obbiettivo. E spesso volano parole grosse, volgarità, insulti. Tanto più se si è nascosti dietro l’anonimato di un account digitale: i “j’accuse” fioccano nel cyberspazio tra chat, forum e social network.

Lo stesso Soldini fu oggetto di pesanti accuse nel 1998 quando, nel corso di un tentativo di record in nord Atlantico a bordo del 60 piedi Fila, la barca si rovesciò e il suo amico fraterno Andrea Romanelli, scomparve tra le onde. Qualcuno su un forum di vela ebbe il coraggio di dargli dell’assassino. Parole testuali.
Questa volta è toccato a Miceli: chi gli ha rivolto la critica di aver voluto fare il passo più lungo della gamba, chi quella di essere un incosciente e chi, ancora, di aver torturato le due galline che aveva a bordo e che sono poi morte in mare. Certo, bisogna aspettarsi questo genere di reazioni quando si compie un’impresa per la quale si è reclamata l’attenzione dei media. È il meccanismo dello show business: per trovare lo sponsor serve la visibilità che solo un’ avventura estrema può dare. Di qui chi vince viene acclamato, chi perde si prende i fischi.

Un gioco a cui la nostra rivista però si è sempre voluta sottrarre, evitando di pubblicare lettere e commenti che non siano in alcun modo costruttivi.
È opportuno chiedersi cosa impedisca alla maggior parte degli italiani di guardare a un risultato sportivo con lucidità, senza scadere in trionfalismi, o in sentenze lapidarie degne delle più becere arene televisive. Sarà il limite oggettivo di chi compie le imprese, o più probabilmente la frustrazione di chi è costretto a seguirle stando seduto tra quattro mura? Chissà.

Quel che è certo è che i pochi che hanno fatto di una disciplina sportiva la loro ragione di vita, incarnano un ideale precluso ai più. E a quell’uno che ce la fa viene attribuito per estensione anche il compito di mantenere viva la passione di tutti gli altri. Tanto più se parliamo di vela che significa anche viaggio, avventura, tropici, libertà.
Dovere riconoscenza a questi navigatori è troppo, come è eccessivo elevarli al rango di eroi quando mettono a segno un risultato. Ma il rispetto, se non l’ammirazione, per chi ha saputo compiere una scelta e perseguirla con determinazione, è quanto meno d’obbligo.

(articolo tratto dalla rivista Bolina, numero 332, luglio-agosto 2015)

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