La trivella della discordia

Analisi chimico-fisiche condotte nei sedimenti delle piattaforme petrolifere rivelano una contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme in circa il 70% dei bacini presenti nei nostri mari.

Analizzando il tessuto dei mitili prelevati presso questi insediamenti di estrazione industriale si è rilevato per esempio che in circa l’86 per cento dei campioni la concentrazione di mercurio va oltre il limite ammesso. E benché non vi sia un limite imposto per legge per i metalli pesanti quali cromo, nichel, piombo, così come per gli idrocarburi, la loro presenza nei mitili in prossimità delle piattaforme è superiore di circa il 30 per cento rispetto a quella che si riscontra negli stessi organismi in altre località (valori analoghi a quelli rilevati nel 2002 lungo le coste della Galizia, in Spagna,  quando naufragò la nave Prestige con il suo carico di 77.000 tonnellate di petrolio).

A dirlo sono i dati dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la ricerca Ambientale, sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente con la committenza dell’Eni – quindi in aria di “conflitto di interessi” – che ha consegnato a Greenpeace i risultati delle indagini condotte tra il 2012 e il 2013 in 34 impianti. Degli altri 100 presenti nei nostri mari (quasi tutti in Adriatico) non è fornita alcuna informazione. Il che lascia presagire scenari ben più allarmanti.

L’estrazione di combustibili fossili, sottolinea Greenpeace, è foriera di inquinamento anche per i sedimenti e i fanghi che vengono prodotti nelle fasi di perforazione, per il traffico di imbarcazioni che genera, per la lubrificazione e il raffreddamento degli impianti, nonché per le operazioni di monitoraggio (per esempio il cosiddetto “sonar bombing”).

Nel 2012 le piattaforme presenti in Adriatico hanno riversato in mare 180,000 metri cubi di acqua, reimmessa quindi nell’ambiente dopo aver servito la causa dell’estrazione di idrocarburi.  Si tratta di acque il cui tasso di inquinamento viene per legge costantemente monitorato. Da chi? Da istituti commissionati dalle stesse società titolari della concessione. Una beffa insomma, per far contenti burocrati e multinazionali.

Greenpeace ha messo a disposizione una approfondita documentazione in merito pervenendo alla conclusione che le piattaforme di estrazione di idrocarburi inquinano.

Ma a parte questo, cosa accade se una di queste piattaforme si danneggia, collassa o va a fuoco? La risposta la fornisce la storia dei disastri ambientali che ha avuto il suo record nefasto nel 2010 con l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico e lo sversamento in mare di milioni di barili di petrolio.

Quando si parla di trivellazioni il Governo Italiano mette sul piatto della bilancia la competitività internazionale, l’autonomia energetica e 44.000 posti di lavoro, ottenendo addirittura il plauso del segretario nazionale dei chimici della Cgil, Emilio Miceli, che arriva a chiedersi si sia o meno “giusto affidare temi complessi come quello dei titoli concessori utili alle estrazioni di petrolio e di gas a uno strumento come il referendum”. I “pro triv” parlano di trionfo della disinformazione di matrice ambientalista, portando a riprova dell’insussistenza degli argomenti presentati da quei “quattro comitatini”, il pregio delle cozze di Marina di Ravenna raccolte attorno alle piattaforme adriatiche. Certo, non negano che un disastro ambientale sarebbe un’ecatombe dalle proporzioni inaudite, ma ribattono che il blocco delle trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa sarebbe altrettanto grave portando a fallimento annunciato  migliaia di aziende nazionali che oggi forniscono beni e servizi strumentali all’estrazione.

Aberrazioni concettuali le loro, generate dalla moneta assurta a contrappeso per bilanciare l’opportunità di questa o quella strategia di politica economica. Stupisce che nel 2016 ci sia ancora bisogno di ribadire che la salute dell’ambiente e di conseguenza quella umana non hanno prezzo e non possono essere messe in secondo piano. Così come non può esistere al giorno d’oggi un’imprenditoria degna di sopravvivere se non è in grado di cogliere le sfide del  futuro, riposizionandosi all’occorrenza e investendo in attività che siano produttive. E un’industria che causa danni non può essere considerata tale.

 

 

 

 

 

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