Quando la notizia non c’è

imagesÈ notizia di ieri che un bambino di dieci anni è morto a Cagliari giocando a pallone. Ha fatto una semirovesciata, è caduto a terra sbattendo la testa, si è alzato per chiamare il padre che lo guardava dagli spalti, poi si è accasciato a terra perdendo i sensi e non c’è stato più nulla da fare.

Quando ho letto questa nota ho avvertito una forte contrazione allo stomaco. È difficile restare impassibili di fronte a eventi drammatici di questo tipo, soprattutto se si è genitori.

Ora, nel caso specifico il piccolo calciatore non stava facendo nulla di pericoloso, giocava, appunto, a calcio. Uno sport che nel nostro paese pratica il 90 per cento dei giovani. Quindi nulla di eccezionale, nulla di potenzialmente pericoloso. Insomma non stava facendo l’acrobata, parkour, Mma o correndo in bicicletta contromano in una discesa trafficata. Stava prendendo a calci una palla.

Allora mi sono chiesto quale fosse stato il fine ultimo di una notizia questo tipo. Qual era l’allarme che si voleva lanciare? Quello di non fare più rovesciate? Quello di non emulare i fuoriclasse del calcio? Quello di dichiarare che il calcio è più pericoloso del bungee dumping? Che genere di informazione è questa che produce solo malessere fine a sé stesso, che provoca mal di stomaco, senza farsi portatrice di alcun contenuto che possa essere messo in qualche modo a frutto o condiviso?

Non è un necrologio perché entra nel dettaglio drammatico riportando la cronistoria dei fatti, non è una notizia perché morire è purtroppo nell’ordine delle cose. Ne dobbiamo dedurre quindi che tanto spreco di parole e carta stampata è stata funzionale solo a generare shock, a fare leva sull’empatia del dolore a cui il genere umano (per fortuna) non è ancora del tutto immune.

Una notizia insomma che non essendo utile ad alcunché è assimilabile al sensazionalismo dei servizi di “content discovery”, quelle “piattaforme” scandalistiche che campeggiano ormai a fondo pagina di tutte (o quasi) le testate online. Un esempio di marketing che avvilisce la professione giornalistica e che si alimenta con la curiosità indotta di un pubblico sempre più passivo.

Per quel che mi riguarda la fonte è stata depennata da quelle che consulto quotidianamente. Se ho bisogno di sentirmi male preferisco farlo di fronte a notizie vere. E purtroppo ce ne sono tante.

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