L’Europa e la guerra sociologica

Tra i molti i giornalisti che nelle ultime ore si sono avvicendati nel commentare i fatti drammatici di Bruxelles, risultano certamente più ragionevoli e interessanti le posizioni di chi inquadra il problema nella mancata integrazione delle diverse realtà culturali che ormai animano l’Europa. Un articolo comparso ieri sulle pagine del sito Articolo21 a firma di Gianni Rossi, sottolinea con la lucidità dei numeri che Bruxelles «è la capitale islamica d’Europa. È da decenni la sede logistica per la rete degli attentatori e per lo smistamento degli imam salafiti nel resto del continente. È il centro di reclutamento e di finanziamento delle “cellule dormienti” e dei “lupi solitari”». E prosegue: «il 30% circa della popolazione su un milione e 200 mila abitanti è arabo-islamica: tra i 250 mila e i 350 mila, in maggioranza di origine marocchina (70%) e turca (20%)».

L’emarginazione è un fallimento sociale dovuto alla mancanza di una Europa culturalmente e politicamente unita, reale e non solo formale.

Se accettiamo l’accoglienza, dobbiamo essere insomma in grado di mettere in atto delle politiche, anche vincolanti, il cui scopo unico sia favorire l’integrazione. Un processo che, sia inteso, non deve annullare l’altra cultura, ma comprenderla senza minacciare la libertà di culto o il credo politico (purché questi non ottemperino principi e pratiche in netta antitesi con le leggi costituzionali e i valori condivisi del paese che accoglie).

Per sentirsi parte di una comunità e non guardarla attraverso il mirino di una carabina è necessario trasformare chiunque sia “fuori dalle mura” in un cittadino modello, con pari diritti e doveri. Presentando un modello culturale forte, sano, di benevolenza e condivisione.

Finché ciò non sarà possibile, finché il “diverso” sarà visto solo come un ospite sgradito da passare al metal detector, a cui dare del “tu” perché ha la pelle di un colore diverso, o con cui sentirsi in diritto di sbraitare platealmente perché non parla la nostra lingua, creeremo condizioni di disagio che al loro apice possono diventare devianti, come lo sono tutti gli estremismi e innescare guerre di matrice non politica o religiosa, ma sociale.

Il conflitto in Siria, l’offensiva dell’Occidente contro l’Isis potrebbero essere pretesti validi per dichiarare guerra all’Europa da parte di attentatori non europei. Ma i carnefici di Parigi e Bruxelles erano cresciuti in Europa, erano europei “mancati”. A meno di non voler credere che la follia sia trasmissibile col dna, dobbiamo convenire che questi fanatici non disponessero degli strumenti per preferire l’immolazione e la strage, all’integrazione. Se sono serpi e sono cresciute in seno all’Europa, la responsabilità è anche nostra che non abbiamo saputo mostrargli che un mondo migliore è davvero possibile.

leggi anche http://www.repubblica.it/esteri/2016/03/23/news/tahar_ben_jelloun_abbiamo_reagito_tardi_la_radice_dell_odio_e_nell_apartheid_sociale_-136148265/?rss

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