Dotazioni di sicurezza e Pil

emergency-medical-boxNavigare è pericoloso, si sa. La barca non è che un fragile guscio e il mare un’immensa distesa d’acqua dall’umore sempre mutevole. È dunque per aiutarci a percorrere con serenità le nostre rotte, che i legislatori italiani si prodigano costantemente nell’emanare o modificare leggi in materia nautica. Ecco perché chi va per mare è costretto a imbarcare tutta una serie di accessori, in funzione dalla lontananza dalla costa a cui intende navigare. A partire dalla zattera di salvataggio se ci si spinge oltre 6 miglia dalla terraferma. Il suo costo va dai circa 1.000 euro per quella “costiera” ai 1.500 di quella “d’altura”.
E se in caso di necessità la zattera lanciata in mare non si aprisse? Nessun problema, anche in questo caso la legge italiana è previdente e ci viene in soccorso obbligandoci ogni due anni alla revisione ordinaria dell’autogonfiabile (circa 450 euro per una 4 posti) e una straordinaria ogni sei (che può costare 100 euro in più). I nostri governanti ci ricordano anche che col tempo una barca è suscettibile di deterioramento e che dopo 8 o 10 anni dal varo, e successivamente ogni 5, deve essere passata in rassegna da periti che ne certifichino l’abilitazione a navigare. Ovviamente la loro parcella va pagata (circa 350 euro escluse trasferte) e se c’è qualche intervento da effettuare in osservanza delle sempre mutevoli norme CE, bisognerà corrispondere anche il dovuto a cantieri e fornitori. Ma la sicurezza non ha prezzo.

E se malauguratamente la barca, seppure in perfette condizioni, è vittima di una collisione e ci ritroviamo naufraghi alla deriva? La legge italiana ha pensato anche a questo imponendo delle dotazioni di sicurezza “minime” (del costo stimabile in 1.300 euro circa) per essere individuati e soccorsi. Quindi razzi, fuochi, boette fumogene e luminose, campane da nebbia, fischetti, salvagenti, riflettori radar, estintori, radio Vhf, bussola, binocolo, salvagenti, estintori, Epirb, etc.

Una volta superate le angosce relative all’affidabilità del mezzo e alla nostra personale incolumità, possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo? Non esattamente. Le norme ci ricordano che a bordo potrebbe sempre verificarsi un incidente e che in presenza di un ferito dovremmo poter intervenire prontamente. Come? Grazie al kit di pronto soccorso obbligatorio che dallo scorso gennaio il ministero della Salute ha ritenuto utile ampliare (si veda l’articolo pubblicato a pagina 47 del numero di Aprile della rivista Bolina), aggiungendo palloni di rianimazione Ambu, sfigmomanometro, manuali di pronto soccorso multilingue, un chilo di garza idrofila e molto altro ancora. Le prime cassette in commercio adeguate alla nuova normativa costano circa 240 euro.

Al momento non è ancora prevista l’obbligatorietà di corso di primo soccorso, ma aspettiamocelo. Del resto la passione pericolosa ce la siamo scelta noi. Potevamo andare in campeggio, viaggiare in camper, fare parapendio, arrampicata libera, volo a vela. Invece no, abbiamo scelto il mare con le sue molteplici insidie… Si dirà che i diportisti periti in mare in Italia sono 4 l’anno contro i 500 della montagna o i 4.000 delle strade. È la prova lampante di quanto siano efficienti le misure preventive adottate in Italia in questo settore. Veniamo addestrati così bene nell’affrontare i pericoli che i cantieri non sono neanche stimolati a investire in progetti di barche solide, inaffondabili, insomma davvero sicure. Come biasimarli? Perché sprecare tempo, materiali e risorse inutili? È vero che con una normativa meno farraginosa molti naviganti nostrani tornerebbero a battere bandiera italiana.

Ma non scherziamo: se per gli altri paesi europei la sicurezza è un optional, per noi sarà sempre al primo posto. E ci risparmino le loro inconsistenti illazioni i soliti perditempo complottisti: gli interessi delle industrie nautiche non c’entrano nulla. Qui si parla di salvaguardare vite umane!

(articolo tratto dalla rivista Bolina, numero 339, marzo 2016)

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