Giovanili Isaf, scontro di civiltà

Dal 27 dicembre 2015 al 3 gennaio 2016 a Langkawi, in Malesia, si sono svolti i Campionati mondiali Giovanili Isaf. Si tratta di un evento itinerante che ogni anno, dal 1971, raccoglie giovani al di sotto dei 19 anni da oltre 100 paesi. Quest’anno i partecipanti sono stati 425, le nazioni in gara 76. Tra le fila degli atleti che si sono fatti le ossa in questa manifestazione figurano nomi altisonanti, come quelli di Ben Ainslie, Russel Coutts, Iain Percy, Lijia Xu, Nathan Outteridge, nonché la nostra Alessandra Sensini. Gli Isaf Youth Worlds insomma, rappresentano un trampolino di lancio per chi voglia praticare la vela sportiva a livello professionale, nonché un’occasione preziosa di confronto e condivisione tra popoli di culture e religioni anche diverse. Ma non è certo per il suo aspetto umanitario che la 45° edizione di questo evento mondiale sarà ricordata, quanto piuttosto per l’increscioso incidente diplomatico a cui ha fatto da teatro. L’antefatto è che la Malesia, sostenitore della causa palestinese, non riconosce lo stato di Israele e non ha con questo paese alcuna relazione diplomatica.

Il fatto è che Yoav Omer e Noy Drihan, due campioni israeliani iscritti alla gara in classe RS:X e il loro allenatore Meir Yaniv, vengono esclusi dall’evento. Prendendo a pretesto un loro presunto ritardo nella presentazione della domanda di iscrizione agli Isaf Youth Worlds e adducendo motivazioni legate alla sicurezza, per rilasciare il visto d’ingresso alla squadra di Tel Aviv, le autorità malesi hanno posto come condizione che gareggiasse in rappresentanza dell’Isaf e non di Israele e che rinunciasse a bandiera e inno nazionale israeliano. Inoltre a Langkawi gli atleti israeliani non avrebbero potuto effettuare acquisti, né comunicare con l’estero (se non attraverso terze persone) e non ci sarebbe stata alcuna evidenza mediatica della loro presenza in Malesia. Una serie di vincoli dai contorni inquietanti, che rientra nella quotidiana lotta tra ebrei e musulmani, condotta anche a colpi di intollerabili discriminazioni.

È notizia recente per esempio che ad Atene due arabi sono stati costretti a lasciare un aereo diretto a Tel Aviv, perché non graditi agli altri passeggeri, israeliani, che pur di vederli scendere hanno occupato il corridoio centrale del velivolo impedendone il decollo. Tornando alla vela, quello di Langkawi non è il primo caso di boicottaggio nei confronti di Israele.

Una situazione analoga si era verificata già lo scorso ottobre al Campionato del mondo di classe RS:X, nel sultanato dell’Oman. Anche in quella circostanza le autorità locali avevano fermato l’atleta israeliana Maayan Davidovich alla frontiera, non riconoscendo la validità del suo passaporto. Fortunatamente la giovane disponeva di doppia nazionalità e di documento di identità austriaco e ha potuto gareggiare seppure col vessillo dell’Isaf in sostituzione di quello israeliano. Non è stato così per Yoav Omer e Noy Drihan che invece che accettare la plateale umiliazione, hanno preferito dare forfait. Malgrado qualche mormorio le regate sono proseguite e a conclusione dell’evento Carlo Croce, presidente dell’Isaf (oggi World Sailing), ha indetto una riunione straordinaria del comitato esecutivo per valutare possibili sanzioni a carico della Malesia.

Resta da chiarire come sia stato possibile non prevenire un gesto tanto sgradevole e soprattutto evitare che un evento sportivo si tramutasse in un campo di battaglia tra fazioni rivali.  Esistono regolamenti e penali, certo, ma dovranno pur esserci anche strumenti per valutare, adeguatamente e a priori, l’eleggibilità delle nazioni che si candidano a ospitare eventi internazionali di questa portata. È vero che a livello olimpico da qualche tempo per la poco spettacolare vela non tira una buona aria. Incrementarne la diffusione coinvolgendo sempre più paesi è una strategia valida se, numeri alla mano, si vuole convincere il Comitato Olimpico Internazionale a non cancellare la nostra disciplina dalle specialità in gara. Ma ogni compromesso ha il suo prezzo da pagare e quello della discriminazione appare davvero troppo alto.

(articolo tratto dalla rivista Bolina, numero 338, febbraio 2016)

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