Il business della rottamazione

Lo scorso 16 novembre l’Icomia, il consiglio internazionale delle industrie nautiche, ha organizzato al Metstrade di Amsterdam un simposio riservato agli operatori, sul futuro del riciclo degli yacht.

I risultati di questo importante incontro sono stati presentati dalla federazione nautica francese e dall’associazione delle industrie nautiche europee, l’8 dicembre al salone nautico di Parigi nel corso della conferenza dal titolo Boat’s end life, truly the end?

Dai due incontri sono emersi alcuni dati interessanti. Vediamoli.

Si stima che le imbarcazioni da diporto presenti in Europa siano oltre 6 milioni. Di queste circa il 95 per cento è in vetroresina. Il loro ciclo di vita è mediamente di 30 anni dopodiché gli scafi, vengono abbandonati sui litorali con conseguenti danni all’ambiente.

A livello comunitario l’Europa si sta muovendo con una certa attenzione sul tema ambientale. Horizon 2020 è il Programma quadro per la ricerca e l’innovazione per il quale sono previsti, fino al 2020, finanziamenti per un totale di 80 miliardi di euro. Poi ci sono i fondi Life (ambiente e clima), Cosme (competitività, impresa), Esif (fondi strutturali e di investimento), Investment plan (investimenti pubblici e privati). Una bella quantità di denaro insomma che – a spiegarlo è un portavoce della comunità europea – potrebbe essere indirizzato anche a progetti per lo smaltimento delle imbarcazioni.

Una sfida, anzi un obiettivo per cantieri e affini in odore di nuove opportunità di sviluppo. Così le industrie nautiche europee hanno convenuto sulla necessità di strutturare un piano operativo comune che preveda l’individuazione di forme alternative per il riutilizzo delle plastiche e l’opportunità di impiego di materiali più facilmente riciclabili. Ma anche lo studio di nuovi modelli di impresa, il controllo della modalità di produzione e la sensibilizzazione di diportisti e operatori.

Al centro della questione restano i processi di rottamazione i cui costi, l’ opinione è unanime, dovranno essere a carico dell’ armatore.

A livello di proposte l’ Italia ha fatto la sua parte presentando il progetto Elb (End life boat) che dal 2009 Ucina ha sviluppato insieme al Cnr.

Sulla scorta di 1.800.000 tonnellate di plastiche accumulate in Italia tra il 2008 e il 2013 e le oltre 300.000 tra il 2013 e il 2014, lo studio della confindustria nautica italiana propone il passaggio da un modello di economia lineare, le cui tappe sono il progetto, la costruzione, l’ utilizzo, il consumo e il degrado di un prodotto, a un modello circolare, che includa cioè la trasformazione del rifiuto in un nuovo prodotto a sua volta riciclabile. Questo dimostrando con esempi concreti come le plastiche miste a fibre possano essere trasformate in pallet destinati all’edilizia e come il poliestere possa essere destinato all’industria del mobile o alla pavimentazione.

Ma qui si chiude il contributo del Belpaese e dei suoi cervelli, una volta tanto non in fuga. In Ita- lia, come è noto, la rottamazione delle imbarcazioni è appannaggio di una manciata di cantieri che distrutto il mezzo, non fanno che consegnare ad appositi centri di stoccaggio il pacchetto di macerie. Rifiuti, che ai sensi della normativa europea sono considerati “speciali” e come tali devono essere trattati.

Diverso il caso della Francia che vanta d’essere il primo paese europeo a essersi dotato di una rete di aziende, che sotto la sigla Aper, Association pour la Plaisance Eco-Responsable, ha attivato 52 siti lungo il litorale per offrire “soluzioni economicamente e ecologicamente sostenibili”.

È stato presentato anche un esempio di tariffario per la rottamazione di un’imbarcazione: si passa dai 540 euro per scafi tra i 4 e i 5 metri ai 4.300 euro per barche da 9 a 12 metri.

Non è mancata la case history: il caso di rottamazione di un Golif (6,5 m) del 1965. La cifra da corrispondere per la demolizione è stata suddivisa in 25 euro per il disalberamento, 350 per il trasporto, 520 euro la rottamazione e 72 euro per il trattamento dei materiali pericolosi. In tutto 967 euro, ovviamente a carico del proprietario per il quale, a differenza dei produttori, non esistono altri fondi che quelli delle proprie tasche.

(articolo tratto dalla rivista Bolina, numero 337, gennaio 2016)

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