Olimpiadi, medaglie e batteri

Agenti patogeni di varia natura e detriti contaminano il tratto di costa di Rio de Janeiro in cui è previsto l’allestimento dei campi di gara di tutte le discipline nautiche

26fbdc8f00000578-3008513-image-a-15_1427300834063Il 5 agosto avranno inizio le Olimpiadi di Rio de Janeiro. Una cornice paesaggistica splendida, quella della città del Carnevale, che promuove per la prima volta il Sudamerica a sede dei Giochi, ma che politicamente doveva avere anche un valore di incentivo, affinché fosse avviato quel piano di risanamento indispensabile a fronteggiare l’emergenza ambientale e
sanitaria che affligge la metropoli brasiliana. In occasione della candidatura di Rio, il comitato promotore aveva presentato un’opera di bonifica articolata in interventi programmati in sette anni, dal 2009 al 2016.

Si sarebbero dovute monitorare costantemente le acque e installare barriere di contenimento nelle decine di corsi d’acqua che trasportano inquinamento e detriti nella baia di Guanabara, eletta a campo di gara per tutte le discipline nautiche e il triathlon. Ma a ridosso dell’arrivo della fiaccola olimpica poco o nulla è stato fatto. Ancora oggi nelle acque di Rio de Janeiro vengono immessi quotidianamente e senza alcun filtro, i liquami prodotti da oltre 6 milioni di persone. E il mare pullula di agenti patogeni che secondo test indipendenti commissionati dall’agenzia Associated Press, sono 30.000 volte oltre i limiti ammessi in Usa o in Europa per la balneabilità.

Ha fatto il giro del mondo la notizia dell’atleta tedesco Erik Heil, specialista in classe 49er, che partecipando ai test Olimpici nelle acque di Marina da Gloria, a Guanabara, ad agosto del 2015, aveva contratto un’infezione talmente acuta a una gamba da essere costretto al ricovero ospedaliero. Insomma, Rio, l’attuale sede dei Giochi olimpici, è di fatto una discarica a cielo aperto. Basta cercare le immagini di Guanabara bay su internet per capire in che contesto dovranno cimentarsi gli atleti olimpici, costretti a fare lo slalom tra detriti di ogni sorta (cadaveri compresi).

Secondo i dati raccolti da Associated Press nelle acque di Rio sono presenti batteri fecali e virus in una quantità 16 volte oltre i limiti previsti dalle già “miti” leggi brasiliane. E gli atleti che dovessero ingerire anche solo due cucchiai di acqua di mare avranno il 99 per cento di possibilità di contrarre infezioni di vario genere. Come è accaduto, sempre lo scorso agosto, a 38 giovani impegnati nel campionato Juniores di canottaggio, colpiti da patologie gastro-intestinali e problemi respiratori. E purtroppo virus e batteri non si concentrano solo lungo il litorale di Rio e il suo alveare di favelas, ma sono presenti fino ad almeno 1.300 metri dalla costa.

Uno scenario che chiunque definirebbe apocalittico, eccetto il presidente della Confederazione brasiliana della vela, Felipe Mendes, che minimizza, facendosi forte dell’impegno preso dalle autorità di Rio, a tagliare il nastro inaugurale alla rete fognaria di Marina da Gloria entro la fine di maggio. Sarebbe certo un passo avanti, che equivarrebbe però alla regolarizzazione di una porzione minima di territorio. Senza contare che dal 2009 promesse analoghe, già state più volte disattese. E l’attuale situazione economica e sanitaria del Brasile, colpito da un’inflazione a due cifre e dal virus Zika, non lascia spazio all’ottimismo.

Il problema insomma non è risolvibile in tempi brevi, come ha sottolineato a marzo Carlo Croce, il Presidente di World Sailing. “Al momento – ha spiegato – ci sono delle eco-barche che puliscono la baia e delle barriere anti inquinamento che salvaguardano il campo di regata. Gli atleti potrebbero essere raggiunti dal liquame solo in particolari condizioni di vento e di marea” e in quel caso “le regate posso essere trasferite fuori dalla baia”.

Coperti da pellicole di plastica a mo’ di tuta antisettica o imbottiti di antibiotici, i velisti di punta di tutto il mondo si preparano dunque a partecipare al più ambito evento sportivo, in un ambiente pericolosamente contaminato. Un azzardo che denuncia il disinteresse del Comitato Olimpico nei confronti delle discipline acquatiche e che spinge alcune federazioni internazionali, compresa quella della vela, a rischiare il tutto per tutto, anche la salute dei propri atleti, pur di non essere estromesse della macchina dello show business.

(articolo tratto dalla rivista Bolina, numero 341, maggio 2016)

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