Porti aperti anche ai natanti

La crisi del settore nautico non ferma la nascita di nuovi approdi in Italia. Cresce il numero dei posti barca da cui però sono spesso escluse le piccole imbarcazioni

marinaSecondo la legge italiana le strutture che offrono posti barca in Italia si dividono in tre categorie: porti turistici, ovvero quel complesso di opere a terra e in mare, inamovibili e amovibili, utili a fornire ospitalità e servizi al diportista nautico; approdi turistici, ossia spazi riservati alle imbarcazioni da diporto all’interno di strutture polifunzionali (per esempio porti commerciali, industriali, di servizio passeggeri o pescherecci); punti di ormeggio, ovvero le aree demaniali marittime dotate di impianti removibili destinati all’ormeggio, all’alaggio, al varo e al rimessaggio di piccole imbarcazioni.

Quanti sono dunque i posti barca in Italia? 148.829, dice un censimento del 2015 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Di questi 97.722 sono per barche fino a 10 metri, 47.442 per scafi da 10 a 24 metri circa e 3.665 per navi da diporto. Le imbarcazioni iscritte nei registri degli Uffici Marittimi periferici e della Motorizzazione civile sono invece 104.000. A queste si aggiungono i natanti non immatricolati che occupano gran parte della fetta del naviglio circolante e che potrebbero effettivamente occupare la porzione di posti barca disponibili.

Ma è altresì vero che tranne virtuose eccezioni, la cosiddetta nautica minore è spesso esclusa dal circuito dei grandi approdi e relegata a forme di ricettività alternative. Basta frequentare un porto qualsiasi per rendersi conto di quanti siano i posti barca vuoti, spesso infruttuosamente in vendita. Ciò nonostante dal 2014 a oggi abbiamo assistito all’approvazione di diverse strutture destinate ad aumentare il patrimonio di posti barca disponibili sul territorio nazionale.

Tra queste lo Stabia Main Port, area nel porto di Castellammare di Stabia riservata a 18 megayacht; il porto turistico di Otranto con 450 posti barca; il Marina Santelena, nell’omonima isola di Venezia con 150 posti; il nuovo porto turistico di Pastena, sulla costiera Amalfitana, con 450 posti; l’ampliamento del porto di Marciana Marina, all’isola d’Elba che passerà da 256 a 586 punti d’ormeggio; il porto turistico di Portopalo di Capo Passero (Sr) con 448 posti; il marina Calata Ovest di Chiavari (Sp) con 151 posti barca; il porto turistico di Pesaro con ulteriori 500 posti; il Cala Ponte Marina, a Polignano a Mare (Ba) con 316 posti; il marina di San Pietro, a Termoli con 300 posti barca; il nuovo Marina di Porta a Mare a Livorno con 600 posti; Scoglietti, a Ventimiglia, con 80 posti.

Una lista, quella qui riportata, non esaustiva, ma esemplificativa di un andamento che in meno di un decennio ha visto realizzati nel nostro paese 20.000 posti barca, a cui se ne aggiungono altri 20.000 in costruzione e altri 50.000, inseriti in progetti ancora in discussione. Nel giro di qualche anno l’Italia potrebbe vantare insomma la bellezza di 220.000 posti barca. Un bene se l’offerta viene rimodulata rispetto all’obiettivo di attrarre prevalentemente maxi yacht; mera speculazione se così non è e se le concessioni rilasciate per “riqualificare” il territorio, si rivelano poi quasi sempre di natura immobiliare, con opere edili fronte porto, destinate a hotel, centri commerciali, negozi, abitazioni di lusso, piscine, spa e cinema. Metri quadrati sottratti all’ambiente e ai cittadini, seguendo l’adagio che un approdo deve essere assimilabile a un lussuoso resort.

Un porto deve essere prima di tutto un luogo di accoglienza, non un hotel dalla clientela selezionata, dove senza prenotazione non c’è ricovero, o da cui, se le tariffe sono troppo alte, si può sempre scappare rivolgendosi alla concorrenza. Navigando può capitare di dover riparare per cause di forza maggiore, a prescindere dalla lunghezza del proprio scafo. Un approdo dunque deve essere massimamente inclusivo, disporre di posti al transito (a tariffe uniformi e calmierate), di scivoli per il varo di natanti, di posti auto e servizi. Deve insomma servire a tutti i diportisti, non solo a una ristretta cerchia di facoltosi o, peggio, ai signori del mattone.

(articolo tratto dalla rivista Bolina, numero 342, giugno 2016)

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