Bambino tu, bambino io

img_8748Quando mio figlio mi pone una domanda qualsiasi gli rispondo cercando di fornire, al meglio delle mie possibilità, una risposta plausibile. E così il mondo va avanti da sempre: i figli chiedono e i genitori spiegano. Ed è solo per non contravvenire al mio impegno di genitore che cerco di dividermi tra mondo reale, quello degli adulti, e quello immaginifico, in cui si parla solo la lingua dei bambini.

Ma ogni tanto, stanco di fare l’oracolo, o peggio il bacchettone asservito alle regole, sono io, per quanto mi è concesso, a entrare nel colorato mondo dei piccolissimi. Così lo lascio dire o fare, ponendomi semplicemente in una posizione accomodante, di ascolto o di osservazione.

Un esempio: se lui non vuole stare da solo, ma giocare con il vicino di casa, bussa alla porta e si auto-invita. Io, se volessi incontrare un amico, dovrei prendere il cellulare, inviare un messaggio per valutarne la disponibilità, senza disturbarlo con una telefonata. Poi mi accorderei per un giorno utile fino ad arrivare al fatidico momento, se va bene una settimana dopo, come al traguardo di una maratona campestre

Un altro esempio: qualche giorno fa nel vialetto di casa io e mio figlio abbiamo incontrato un altro papà con un bimbo più piccolo che voleva salutare il mio. Così il padre gli suggerisce di farsi avanti e salutarlo. Lui, il piccoletto, con occhiali da sole e un rumoroso tamburello a tracolla, viene verso di noi. Raggiunto mio figlio poggia il tamburello a terra, si sfila gli occhiali, li piega diligentemente, poi si avvicina al suo amico più grande con le braccia tese. I due si abbracciano sorridendo, poi soddisfatti tornano per la loro strada. È stato in quel momento che ho riflettuto sull’abbraccio, un gesto partecipativo, vicendevole e di grande intensità. Eppure è raro osservare due adulti abbracciarsi; troppo raro anche tra partner, se per abbraccio intendiamo l’azione fine a sé stessa e non il preludio di un più o meno spinto amoreggiamento.

Ma andiamo avanti. Se mio figlio si arrabbia per qualcosa che lui ritiene essere un’ingiustizia urla, piange, si oppone, scalcia. Se mi confronto io con qualcosa che ritengo sbagliata mugugno, borbotto, qualche volta sì, perdo la pazienza e sbraito, ma alla fine mando giù, perché fondamentalmente avverto quel senso di impotenza che mio figlio invece non conosce. Per lui tutto è ancora possibile, tutto si può cambiare.
Ecco perché ogni tanto faccio in modo che sia lui a prendermi per mano e a portarmi nel suo mondo in cui non solo volano astronavi e si può essere amici di un T Rex, ma tutto è colorato e limpido. Lì i frutti sono raccolti da contadini che li hanno coltivati amorevolmente; anche se bisogna stare attenti a squali e tigri, nessuno ammazza galline, mucche e maiali per mangiarseli. Ovunque poi, ci sono parchi e animali in libertà, c’è aria pulita da respirare, per strada circolano solo bici elettriche e tram eun insetto può essere motivo di prolungata osservazione, a prescindere dagli impegni.

Nel mondo di mio figlio il colore della pelle o la forma degli occhi sono differenze che rendono autentici e gli estranei si incontrano, non si scontrano. Lui parla con chiunque gli rivolga la parola, non ha pregiudizi.

Lasciamo stare dunque le campagne per la fertilità e diffondiamo semmai l’invito a essere modesti e ad ascoltare i bambini che per estensione rappresentano l’altro, chiunque altro, nella sua più sincera intimità.

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