Rivoluzione interiore

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L’esistenza della maggiore parte di noi è caotica, come caotica può essere la vita di chi è costretto a prestare la propria opera in cambio di una remunerazione che gli consenta di sopravvivere. L’uomo comune si sveglia la mattina, si reca a lavoro, mangia e va a dormire. Ma la vita, lo sappiamo bene, non è, né può essere solo questo. In quello che dovrebbe essere l’ideale condiviso di una comunità, si lavora per contribuire, ciascuno con i propri mezzi e le proprie competenze, al sostentamento e allo sviluppo della stessa. E in una comunità si presuppone che vi debba essere possibilità di condivisione. Ciò significa che se l’impegno del singolo è esclusivamente o quasi esclusivamente proiettato sul lavoro, questo avrà poco tempo per occuparsi delle relazioni sociali, a partire dalla propria famiglia , riunita spesso solo la sera, per poche manciate di minuti quando per di più la mente è gravata dagli affanni della quotidianità e quando il corpo è bisognoso di riposo.
Purtroppo per dinamiche che in questa sede sarebbe fuori lungo analizzare, l’economia globale è cresciuta monetizzando attività e mansioni, riconoscendo quindi per queste ultime un valore “monetario” tale che l’opera di un individuo può essere acquistata.
Non è stato invece dato mai, dalla prima rivoluzione industriale a oggi, il giusto valore alla creatività individuale concetto che qui potremmo assimilare al potenziale inespresso che ciascuno di noi ha, secondo specifiche caratteristiche.

Quel potenziale inespresso è la caratteristica che rende unico un ipotetico signor Rossi, nella vita postino, ma appassionato di pittura e arte, o la signora Bianchi, nella vita impiegata in un ufficio di amministrazione, ma grande cultrice di letteratura. Sia il signor Rossi che la signora Bianchi, tornando dall’ufficio dopo otto ore di lavoro molto probabilmente non avranno l’energia necessaria per dipingere, leggere, andare a una mostra o a un convegno. Saranno invece costretti a relegare i loro “momenti magici” al fine settimana o semplicemente a condizioni favorevoli. Di qui il loro potenziale rimarrà con ogni probabilità inespresso. Diversamente infatti metterebbero a rischio la loro sicurezza economica e quella dei cari che da loro dipendono. Una paura che ci rende dunque schiavi e sostenitori di un sistema che per sua stessa natura non riconosce il valore del potenziale individuale, ma che anzi tende a soffocarlo producendo nel soggetto stress, frustrazione e alienazione. Alienazione sì, termine forse desueto, ma mai più appropriato: l’individuo è infatti allontanato dal vero sé e proiettato altrove: nel lavoro, nel chiacchiericcio, nel consumo, nell’apparenza.

L’intera società occidentale è costruita sul presupposto di poter dominare gli individui senza compiere atti immediatamente riconducibili a una dittatura. Si creano apparenze, forme di aggregazione fittizie, bisogni, divinità, ideali, precetti e una indicibile quantità di vincoli (burocrazia) col proposito di far funzionare la macchina di cui ciascuno di noi si suppone sia un ingranaggio, secondo paradigmi prestabiliti. Non da un’eminenza occulta ma dal perpetuarsi di un certo modo di fare, di vivere, di relazionarsi in base al quale la creatività appunto, l’alternativa, la scelta, diventano quasi forze antagoniste di cui, ci dicono, è bene avere paura. Come un uomo cresciuto in una caverna che ha paura della luce del sole.
E le generazioni cresciute in un contesto costruito su queste basi hanno ben poche possibilità di avere consapevolezza della loro reale condizione. Ciò significa che la maggiore parte delle persone non realizza neppure d’essere contagiata dalla pandemia culturale che sta mettendo in crisi l’umanità.

Siamo tutti asserviti a logiche imposte dal nostro lavoro, dal denaro, dal bisogno di imporci, dai computer, dagli smartphone, dalla televisione con pochissime opportunità di fuga per di più non meditate, ma puramente istintive e peggiorative del nostro stato, come per esempio le dipendenze da alcol, droga, sesso, ma anche da routine apparentemente innocue (per esempio l’appuntamento con una serie tv o la pizza del martedì) che non fanno altro che spezzare la creatività, dominare l’inespresso di ciascuno di noi. Siamo tutti produttori-consumatori e più produciamo, più siamo portati a consumare, sublimando la nostra esistenza in una sorta di auto-cannibalismo che abbrutisce, leviga, imprigiona. Così viviamo fino alla nostra morte, persuasi che le cose non possano cambiare e che ci si debba accontentare perché così va il mondo.
Ma non è così. Il primo e forse l’unico, indispensabile cambiamento può essere effettuato partendo da noi stessi a cominciare dalla riappropriazione del nostro tempo.
E non si vuole qui proporre di sovvertire l’ordine costituito; la nostra azione non deve essere orientata a una rivoluzione materiale, ma semplicemente all’emersione del nostro inespresso. È necessario quindi seguire un percorso di centratura a cui seguirà automaticamente una benefica via di spoliazione.

Possiamo cominciare a riappropriarci del nostro tempo con una banale riqualificazione del tempo stesso. Non è necessario chiedere permessi lavorativi. Cominciamo a chiederci quanto del tempo che spendiamo quotidianamente al di fuori di quello lavorativo sia effettivamente messo a profitto e quanto sia letteralmente buttato in inutili routine o inseguendo tendenze negative.
Quanto tempo passiamo sul web o sui social network a spettegolare di fatti di nessuna importanza? Quanto tempo dedichiamo a chat in cui vengono rimpallati “post” inutili? Quanto tempo passiamo più del necessario nei centri commerciali? Quanto incolonnati nel traffico? Quanto a pettinarci e farci belli? Quanto dormendo oltremisura? E quanto ancora passivamente davanti a uno schermo o a un videogioco? Quanto parlando di argomenti futili o comunque non costruttivi?
Si faccia una stima del tempo che, al netto delle succitate pseudo-attività e altre assimilabili, si potrebbe recuperare cambiando un poco il proprio regime comportamentale. Si provi dunque a non farsi soggiogare dall’abitudine. Quanto tempo abbiamo risparmiato? Due ore? Un’ora? mezz’ora? È comunque il nostro tempo che potremmo indirizzare alla riscoperta di noi stessi, all’emersione del nostro inespresso, alla nostra emancipazione. Se non sapete come, cominciate a imparate ad ascoltare il silenzio.

Privare il corpo del riposo significa debilitarlo. Allo stesso modo privare la mente del tempo in cui dedicarsi a sé stessa, significa regredire.

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Un pensiero su “Rivoluzione interiore

  1. Interessante riflessione. Dopo alcuni mesi di isolamento in mezzo alla natura sento il contrasto tra il chiasso assordante della ” civiltà tecnologica” e il silenzio della natura che richiede attenzione per le cose essenziali e non superflue.

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