Medici obiettori e diritti negati

small-child-receives-vaccination-via-shutterstock-800x430Nel 1997, terminati gli studi universitari anziché passare un anno a fare il pompiere o a tenere in mano un fucile ho prestando la mia opera presso una Comunità di disabili. Ho fatto insomma l’obiettore. Conosco bene, dunque, il significato di questa parola.

La mia è stata una scelta personale dettata dall’opportunità di impiegare meglio il tempo che per legge all’epoca qualsiasi giovane maschio doveva dedicare allo Stato. Un’opzione che non ha tolto risorse a nessuno, ma che semmai le ha spostate da un ambito (quello della difesa militare), a un altro (quello dell’assistenza).

È notizia recente che sarebbe al vaglio della Camera dei deputati una proposta di legge firmata da Gian Luigi Gigli, professore ordinario di neurologia eletto con Scelta Civica e ora nel gruppo di Democrazia solidale – Centro democratico, secondo cui “Ogni farmacista titolare, direttore o collaboratore di farmacie, pubbliche o private (può) rifiutarsi, invocando motivi di coscienza, di vendere dispositivi, medicinali o altre sostanze che egli giudichi atti a provocare l’aborto”. Se in tutto ciò non ci fosse malizia, o peggio una vera e propria strategia politica, a queste persone bisognerebbe chiedere per quale ragione hanno scelto di fare i medici, di lavorare in una struttura ospedaliera, di vendere medicinali, se ciò non è conforme alla loro moralità.

Nel nostro paese l’aborto non è un reato dal 1978, anno in cui fu varata la legge 194 secondo cui è possibile ricorrere alla interruzione di gravidanza in una struttura pubblica, nei primi 90 giorni di gestazione e fino al quinto mese, se sussistono ragioni di carattere terapeutico.

Un conto è essere obiettori, un altro praticare una professione e fare una scelta di campo negando la propria opera per motivi personali o di religione. Gli individui devono poter scegliere per la propria vita e la propria salute secondo i termini prescritti dalla legge. E ciò non riguarda solo l’aborto, ma anche l’eutanasia che, benché illegale in Italia è blandamente praticata in tutti i cosiddetti hospice dove i malati terminali vengono accompagnati con calmanti e antidolorifici verso l’ignoto “oltre”. E meno male. O crediamo ancora che il dolore sia un passaggio di espiazione indispensabile per guadagnare la luce, ammesso che questa poi ci sia?

L’accanimento alla vita quando non sussistono le condizioni perché questa si sviluppi è una delle tante aberrazioni con cui siamo costretti a convivere nel Belpaese. Siamo liberi di pensare e di fare le nostre scelte. Ma se queste non si confanno con la nostra sensibilità siamo noi a doverne rispondere, scegliendo una strada alternativa a quella intrapresa e rivelatasi inadeguata e non facendo una battaglia ideologica con lo strumento della negazione del servizio.

L’Onorevole Gian Luigi Gigli impugna la risoluzione 1763 del 2010 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa secondo cui nessuna persona, struttura ospedaliera o altra istituzione può essere fatta oggetto di pressione, chiamata a rispondere o in alcun modo discriminata per il rifiuto di dare esecuzione, aiuto, assistenza o soggiacere a un aborto o a qualsiasi atto che possa essere causa della morte di un feto o embrione umano, quali ne siano le ragioni.

Ma è vero anche che la medesima risoluzione raccomanda a tutti gli Stati membri di “assicurare che i pazienti siano in grado di accedere a cure mediche legali in modo tempestivo” e sottolinea che “l’uso non regolamentato all’obiezione di coscienza può colpire le donne in modo sproporzionato, in particolare quelle che dispongono di un basso reddito o che vivono in zone rurali”.
“I fornitori di assistenza sanitaria – prosegue il documento – devono assicurare che gli interessi dei diritti degli individui che cercano servizi medici legali siano rispettati e protetti… e garantire che i pazienti siano informati di qualsiasi obiezione in modo tempestivo così che possano fare riferimento ad un altro fornitore di assistenza sanitaria” che si presume debba esistere.

Naturalmente poi il quadro cambia radicalmente quando di mezzo ci sono le industrie farmaceutiche e i vaccini e di fronte a una supposta “violazione del codice deontologico” l’Ordine dei medici è pronto a redigere un documento che preveda sanzioni se non addirittura la radiazione per chi ne sconsiglia l’uso ai propri pazienti. Due pesi, due misure.

 

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