Essere e senso

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Autoritratto  – https://www.pinterest.it/pin/331929435032561299/

Sarei potuto stare ore a osservare quella sterpaglia mossa dal vento, le folate che modellano i cespugli di corbezzoli, il ronzare d’insetti tra le ginestre spinose. Mentre le mie dita sfiorano granelli di sabbia e mi soffermo a osservare le venature del pietrisco, avverto finalmente il tempo dilatarsi di milioni di anni. Mi sdraio, ipnotizzato dal cicaleggio in un tepore così famigliare, amniotico. Sento il cuore battere lentamente, i profumi di selvatico pervadermi mentre mi perdo nel turchese di cielo e mare. E in questo stato mi sento immortale e al tempo stesso caduco, ma senza paura; parte dell’insieme e piacevolmente inutile nella singolarità.

Non sono che un filtro che genera emozioni ed è bellissimo. E così vorrei lasciarmi andare, senza limiti e regole; addirittura senza ritegno, senza alcuna paura di vivere di assaporare la vita così come si dovrebbe: con l’ardire di una creatura che è, solo perché c’è, esiste, respira, tocca e scova sapori intimi. Non è forse questo il nostro compito? Essere il palato, le narici, le mani e l’udito dell’universo? Ma anche la carne, i pieni e i vuoti, il piacere e il dolore.
Così mi suggerisce lo strano innesco alchemico che ha origine dalla brezza e compimento nel mio DNA. È un territorio di interiorità ed esteriorità perennemente inesplorato, mai uguale a sé stesso.

E ora sono corpo, pietra e vento; sono qui e ovunque importi, fermo e in costante movimento. Sono parola e senso; niente e tutto. Completo.