Shock: e anche la vela fa notizia

Il sensazionalismo tipico dei social network dilaga nel giornalismo. Anche in quello di settore. Una tendenza al ribasso in cui lo show business prevale sull’informazione

farralones_tragedyNon è una novità, l’informazione ha sconfinato nel sensazionalismo. La stampa si è così tanto asservita ai capricci dello spettacolo da ritenere determinante riservare abbondante spazio a incidenti stradali, parti gemellari di panda, gatti terrorizzati da cetrioli, donne obese che ballano sul tetto di un camion, pitoni che rigurgitano cani interi… e molto altro ancora. Un gara quella del “chi la trova più grossa” che vale anche per le testate nautiche, dove però lo sforzo è davvero titanico, perché obiettivamente lo straordinario poco si accosta alla vela, pratica che di rado riserva grandi sorprese.

Come renderla dunque compatibile con lo show business evitando al grande pubblico gli effetti di un potente sonnifero? La prima soluzione è confidare in eventi in cui mezzi e sfide siano portati oltre la soglia del rischio. E in questo hanno visto lungo gli organizzatori della Coppa America o del circuito degli Extreme 40 per esempio, dove gli aspettatori attendono con bramosia l’incrocio, il brivido dello scontro scampato o, meglio, lo shock adrenalinico della collisione. Un approccio da arena romana che funziona, ma che vale per un limitato numero di manifestazioni. Dopodiché il redattore deve far lavorare la fantasia, studiare titoli d’impatto per notizie futili e soprattutto scendere nei meandri del web alla ricerca di qualcosa di straordinario, che non si scosti dal contesto nautico: ecco quindi barche che si ribaltano o che affondano, manovre disastrose, persone che cadono fuoribordo, salvataggi estremi, etc.

Più la notizia fa clamore, maggiori sono le possibilità che esca dal seminato dell’informazione specialistica, portando quindi visibilità, “like” e condivisioni sui social network della testata che l’ha scovata per prima. Se questo sia un lavoro creativo o alienante, e soprattutto utile, non sta a noi giudicarlo. Ognuno è libero di dare il suo contributo professionale come meglio crede. Il problema è semmai legato alla dignità delle persone coinvolte, che troppo spesso passa in secondo piano. Un caso emblematico è quello di Manfred Fritz Bajorat, un navigatore solitario tedesco di 59 anni, che lo scorso febbraio è stato trovato mummificato all’interno della sua imbarcazione, uno Jeanneau Sun Magic 44 alla deriva. Le foto di quel corpo accasciato su tavolo da carteggio a poca distanza dal microfono del vhf, presumibilmente utilizzato nel vano tentativo di chiedere aiuto, hanno riempito le pagine di internet, insieme a quelle della moltitudine di curiosi immortalati sul relitto semi affondato. «E cosa avranno pensato i parenti di quel pover’uomo trovandosi davanti a quelle raccapriccianti immagini ormai in bella mostra in tutto il web?», si è chiesto un amico con cui si è dibattuto del fatto. Avranno pensato che il gusto del macabro, ha prevalso sulla decenza, solleticando l’attenzione ormai passiva del pubblico: barca alla deriva, sommato a morto e mummificazione, uguale cocktail perfetto per ottenere “mi piace” (che paradosso!) e rilanci sul web. E per giorni non s’è visto altro.

Come sostiene lo scrittore e navigatore svedese Bjorn Larsson, il mare non lo si può raccontare. Lo si può descrivere, per esempio come una vasta distesa d’acqua salata dall’umore variabile o come ponte tra le terre emerse. Ma una lunga narrazione avente tanto azzurro come unico argomento, diventa un esercizio letterario forse impossibile, certamente artefatto. Di qui la difficoltà, per chi di mestiere scrive di mare, nell’individuare argomenti degni d’attenzione. Ma il mare lo si può amare e pertanto difendere, studiare, vivere, attraversare. Poi ci sono le barche, la storia, l’ingegno, l’avventura, gli itinerari, le imprese sportive, le innovazioni, le scoperte, i popoli, le tradizioni, la fauna marina… Insomma, tanto sapere da riempire un’intera enciclopedia. C’è davvero bisogno del sensazionalismo?

(articolo tratto dalla rivista Bolina, numero 340, aprile 2016)

 

Annunci